
Un racconto di Stefano, Presidente del Moto Club Andamento Lento
Sono seduto nel mio garage. Chiudo gli occhi e, tra gli odori familiari della benzina e dell’olio motore, comincio a sognare.
Torno indietro nel tempo, a quando ero soltanto un ragazzo.
Ricordo ancora gli occhi lucidi con cui guardavo passare quelle meravigliose 125 a due tempi. Il rumore inconfondibile del motore, quella scia di fumo che rimaneva nell’aria e il cuore che accelerava mentre le vedevo allontanarsi.
Pensavo tra me e me: «Un giorno anch’io cavalcherò una moto come quella!»
Eh già, la moto…!

Ma cos’è una moto per un ragazzo adolescente?
Oggi, a distanza di tanti anni, credo che la risposta sia rimasta sempre la stessa.
È un mezzo capace di regalare emozioni, un senso di libertà difficile da spiegare, una compagna di viaggio che sa fermare il tempo dentro una fotografia e custodire ricordi che non invecchiano mai.
E poi il tempo passa.
Tu hai qualche ruga in più, i capelli magari cominciano a diventare grigi, ma lei, la moto, continua ad avere lo stesso fascino di quando eri ragazzo.
Una volta mi dissero che motociclisti si diventa.
Io, invece, credo che motociclisti lo si sia già da bambini. Forse ancora prima di poter salire su una sella, quando basta sentire in lontananza il rumore di un motore per voltarsi e cercare con lo sguardo quella moto che sta arrivando.
Passano gli anni, cambiano le mode, si susseguono i saloni, arrivano motociclette sempre più potenti, tecnologiche e stravaganti.
Ma gli occhi del motociclista non cambiano.
Quegli stessi occhi lucidi li ho ancora oggi, quando entro nel garage e ammiro la mia fedele compagna, pronta a partire insieme a me per un nuovo viaggio.
E sapete una cosa?
Spero di conservarli ancora per molto tempo.
Da ragazzo conobbi un uomo di ottant’anni che continuava a macinare chilometri con la sua moto.
Ricordo che gli chiesi perché, alla sua età, non avesse ancora pensato di smettere.
Mi rispose che aveva ancora troppe emozioni da vivere, troppi luoghi da scoprire e troppa strada davanti a sé.
«Il mio viaggio non è ancora terminato!»
Non ho mai dimenticato quell’uomo e quelle parole.

Allora ero giovane e forse non ne comprendevo fino in fondo il significato. Oggi, a 54 anni, comincio a capirlo molto meglio.
Perché il motociclista non misura la propria vita soltanto con gli anni che passano, ma anche con le strade percorse, le persone incontrate, i paesaggi ammirati e le emozioni che ogni viaggio gli ha regalato.
I motociclisti, in fondo, sono un mondo a parte.
C’è chi ama andare piano, assaporando ogni curva, e chi cerca la velocità. Chi percorre migliaia di chilometri per raggiungere una meta lontana e chi usa la moto tutti i giorni, con il sole, con la pioggia o con il freddo.
Abbiamo moto diverse, abitudini diverse e modi differenti di vivere la strada.
Eppure, quando ci incontriamo, basta poco.
Un gesto della mano, un lampeggio, un semplice saluto.
Non serve conoscersi. In quell’istante sappiamo già di condividere qualcosa.
Anche le motociclette, nel frattempo, sono cambiate.
Ricordo quando per avviare il motore bisognava dare una bella pedalata, qualche volta anche più di una, magari accompagnata da una buona dose di pazienza!

Oggi basta premere un pulsante.
Tutto è diventato più semplice, più moderno, più tecnologico.
Ma la sensazione che provo quando il motore prende vita è rimasta esattamente quella di allora.
Quella del ragazzo che guardava passare le 125 a due tempi e sognava il giorno in cui avrebbe potuto partire anche lui.
Apro gli occhi.
Sono ancora nel mio garage.
L’odore della benzina, quello dell’olio motore, il casco appoggiato sulla sella.
Davanti a me c’è la mia moto.
La guardo e, per un istante, torno bambino.
Quel bambino che sognava di avere una moto tutta sua.
Soltanto che oggi quella moto è lì, davanti a me, e non devo più aspettare di diventare grande per salirci sopra.
Sorrido.
E adesso che faccio?
Semplice.
Accendo e parto!
E se questo è un sogno… anche se so benissimo che non lo è…
Non svegliatemi!


Stefano – Presidente del Moto Club Andamento Lento

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