Himalayan 411, la moto che sorprende!

Motociclismo e tecnologia

Quando scopri che per essere felici in moto non servono cento cavalli.

Ci sono motociclette che ti conquistano con la potenza, altre con la tecnologia, altre ancora con una linea mozzafiato.

Poi ci sono quelle che, almeno sulla carta, sembrano non avere nulla di particolarmente interessante.

Pochi cavalli, prestazioni modeste, una meccanica semplice, quasi d’altri tempi. Nessuna voglia di stupire con soluzioni tecnologiche sofisticate.

Eppure, quando cominci a guidarle, succede qualcosa che non ti aspettavi.

È quello che mi è successo con la Royal Enfield Himalayan 411.

Una moto che ha conquistato il mio cuore non per quello che promette, ma per quello che riesce a regalare.

E vi assicuro che è molto più di quanto si possa immaginare.

Una moto senza fronzoli, ma con tanta sostanza

Guardatela bene.

Non è una moto che vuole apparire. È robusta, essenziale, costruita con una filosofia che sembra appartenere a un’altra epoca.

Il suo monocilindrico da 411 cc sviluppa appena 24 cavalli e una coppia di circa 32 Nm. Numeri che oggi farebbero sorridere molti motociclisti.

Ma lei sembra non preoccuparsene affatto.

La puoi caricare come un somaro, con borse, bagagli e tutto quello che serve per partire. E lei va.

Non protesta, non pretende attenzioni particolari, non ti chiede continuamente di cambiare marcia o di tenerla su di giri.

Semplicemente, fa quello per cui è nata: portarti dove vuoi andare.

E lo fa con una naturalezza disarmante.

Il telaio che disegna le curve come un pennello

È quando cominci a guidarla che arriva la prima vera sorpresa.

Nonostante l’aspetto massiccio e una leggerezza sulla bilancia che certo non può vantare, l’Himalayan sembra cambiare carattere appena le ruote cominciano a girare.

Il telaio ti segue come un pennello segue la mano di un pittore.

Imposti una curva e lei entra. Ne arriva un’altra e lei è già pronta, senza nervosismi, senza richiedere correzioni continue.

Sulle strade tortuose sembra quasi che le curve diventino dritte, tanta è la facilità con cui le affronta.

Non devi combattere con la moto. Non devi dimostrarle niente.

Ti basta accompagnarla.

Anche le sospensioni contribuiscono a questa sensazione. Le buche ci sono, le imperfezioni dell’asfalto anche, ma spesso lei le assorbe con una naturalezza che sorprende.

La strada può essere dissestata, stretta, piena di curve o di avvallamenti.

Lei continua ad andare.

E tu continui a sorridere.

Il monocilindrico che non vuole disturbare

Il motore dell’Himalayan ha un carattere tutto suo.

Non scalpita per correre, non cerca continuamente la zona alta del contagiri, non ti invita a spremere ogni cavallo.

Il suo battito regolare sembra quasi voler accompagnare il viaggio senza disturbarti.

Prima, seconda, terza, quarta, quinta.

Senza tirare le marce, sfruttando quella coppia tranquilla e disponibile, ti ritrovi a viaggiare a 80-90 km/h quasi senza accorgertene.

È il suo mondo.

C’è però una cosa che ho imparato negli anni: ogni motore ha un carattere e bisogna saperlo rispettare.

Se provi a guidare l’Himalayan come una sportiva, tirando continuamente le marce alla ricerca di cavalli che non possiede, finirai per trovarla rumorosa, vibrante e forse perfino deludente.

Ma è davvero colpa della moto?

Io credo di no.

Bisogna imparare ad ascoltarla.

Con il suo monocilindrico, per esempio, non serve insistere continuamente fino ai 6.000 o 6.500 giri.

Nella mia esperienza, basta accompagnarlo intorno ai 4.000-4.500 giri, cambiare rapporto e lasciare che riprenda con naturalezza.

La coppia fa il resto.

Una marcia dopo l’altra, senza strattoni, senza inutili accelerazioni, ti ritrovi a viaggiare a 80, 90 e anche 100 km/h con una fluidità sorprendente.

Le vibrazioni rimangono contenute e il motore lavora tranquillo.

Se invece insisti a cercare prestazioni che non gli appartengono, allora cambia tutto.

Arrivano le vibrazioni, il rumore aumenta, cominciano a farsi sentire telaietti, viti e piccoli componenti.

E il piacere di guida diminuisce.

Quasi fosse la moto stessa a dirti:

«Ma dove vuoi correre? Guarda che bella strada abbiamo davanti!»

Ecco perché sono convinto che molte critiche rivolte a questa motocicletta nascano anche da un modo di guidarla poco adatto alla sua natura.

Chi cerca continuamente gli alti regimi, accelerazioni brucianti e prestazioni sportive, probabilmente dovrebbe orientarsi verso un tre o quattro cilindri progettato per esprimersi a regimi ben superiori.

L’Himalayan è un’altra cosa.

Ha un suo ritmo, una sua voce, un suo modo di percorrere la strada.

E quando impari a conoscerla, scopri una moto completamente diversa.

Fluida, piacevole, sorprendentemente economica nei consumi e capace di percorrere centinaia di chilometri senza affaticarti.

Perché una motocicletta non va guidata soltanto con le mani e con i piedi. Va capita.

E quando impari a capirla, è lei che comincia a sorprenderti.

Quando la moto diventa parte di te

C’è una sensazione difficile da raccontare, ma che chi ha trovato la moto giusta conosce perfettamente.

A un certo punto smetti quasi di percepire il mezzo che stai guidando.

Non perché la moto scompaia, ma perché diventa un tutt’uno con te.

Con l’Himalayan mi succede spesso.

Guardo il paesaggio, seguo la strada, attraverso piccoli paesi, salgo verso la montagna, percorro strade di campagna.

Il monocilindrico continua il suo tranquillo trotto.

È lì, lo sento, ma non mi disturba mai.

La moto segue i miei movimenti con una naturalezza tale che qualche volta mi sembra di non guidarla affatto.

Come se fossero le mie gambe a correre su quelle strade.

Ecco, credo sia proprio questa la sensazione più bella che mi regala.

Quella sintonia tra uomo e macchina che non si misura con i cavalli, con l’elettronica o con il prezzo di acquisto.

O c’è, oppure non c’è.

E sull’Himalayan, per me, c’è.

Trecento, quattrocento chilometri… e non vorresti scendere

Con questa moto mi capita una cosa curiosa.

Parto per fare un giro e, dopo qualche ora, mi accorgo di aver percorso 300 o 400 chilometri.

Eppure non mi sento particolarmente stanco.

Certo, mi sono fermato. Un caffè, magari due parole con qualcuno, una fotografia a un panorama.

Ma la moto?

Ho quasi l’impressione che lei non si fermerebbe mai.

La posizione di guida è naturale, la sella comoda per il mio modo di viaggiare, le sospensioni lavorano bene e il motore non ti sottopone a continue sollecitazioni.

Arrivi a destinazione, spegni il motore, scendi.

Poi la guardi.

E pensi che, in fondo, potresti già ripartire.

Non è fantastico?

E quando devi fare benzina, arriva un’altra soddisfazione.

Con una guida regolare, sfruttando la coppia e senza cercare continuamente gli alti regimi, sulla mia Himalayan ho riscontrato consumi che possono superare abbondantemente i 35 chilometri con un litro.

Una percorrenza che, con il suo serbatoio da 15 litri, permette autonomie davvero notevoli.

Nei miei viaggi, con 20-25 euro di benzina riesco spesso a ripartire con un’autonomia di circa 430-450 chilometri.

E c’è anche un dettaglio che merita un complimento: la precisione dell’indicatore del carburante.

Più volte ho verificato che, quando segnala mezzo serbatoio, al distributore riesco a inserire circa 7,5 litri. Una corrispondenza che, nella mia esperienza, si è dimostrata davvero affidabile.

Sono piccole cose, certo.

Ma sono proprio queste piccole cose che, chilometro dopo chilometro, ti fanno apprezzare una motocicletta.

Anche perché i consumi sono figli del nostro modo di guidare.

Se pretendi di viaggiare continuamente a tutto gas, naturalmente aumentano.

Se invece rispetti il carattere del motore, la Himalayan ti ripaga con una parsimonia sorprendente.

Viaggiare tanto, spendere poco e soprattutto non avere fretta di arrivare.

Non è una moto da autostrada. E allora?

Diciamolo chiaramente.

L’Himalayan 411 non è perfetta.

Se entri in autostrada te ne accorgi subito.

Le altre moto ti sorpassano, le automobili scorrono più veloci e, quando vorresti avere un po’ di potenza in più per effettuare un sorpasso, scopri che quella riserva semplicemente non c’è.

Lei continua ad andare, certo.

Ma capisci che quello non è il suo ambiente ideale.

E sapete una cosa?

Non mi interessa.

Perché appena torno su una strada statale, su un percorso di montagna o tra le curve di una provinciale, ritrovo immediatamente tutto quello che amo di questa motocicletta.

Non è stata costruita per farti arrivare prima degli altri.

È stata costruita per farti venire voglia di non fermarti.

Quella volta che sono andato al mare…

Vi racconto un episodio di quest’estate, perché credo spieghi meglio di qualsiasi prova tecnica quello che sto cercando di dire.

Una mattina decido di andare al mare.

Ho a disposizione anche una moto di 1200 cc, potente, veloce, capace di prestazioni che l’Himalayan può soltanto immaginare.

Mi dico:

«Oggi prendo quella grande. Arrivo prima e mi godo qualche ora in più al mare!»

E così faccio.

Il motore spinge, la moto corre, le prestazioni non mancano.

Peccato che, con il caldo estivo, comincino ad arrivare quelle fastidiose vampate di calore dal motore.

Alle soste, nel traffico, a bassa velocità, sembra quasi di avere una stufa accesa vicino alle gambe.

Arrivo al mare, sì.

Ma quando scendo dalla moto la prima cosa che penso è:

«Mai più con questo caldo!»

Due giorni dopo decido di ripetere lo stesso tragitto.

Stavolta prendo la Himalayan 411.

Altro passo, certamente.

Meno potenza, meno accelerazione, meno velocità.

Il monocilindrico lavora tranquillo, l’aria passa, il calore del motore non diventa mai quel fastidio soffocante che avevo provato con la 1200.

Guido rilassato, senza sforzo.

Arrivo al mare.

Guardo l’orologio.

Soltanto dieci minuti in più!

Dieci minuti!

Eppure mi sembra di aver fatto un viaggio completamente diverso.

Sono arrivato rilassato, senza quelle vampate di calore, senza la sensazione di aver dovuto gestire continuamente una moto che, in quel percorso, aveva molta più potenza di quanta realmente mi servisse.

Ma il bello doveva ancora arrivare.

E adesso dove parcheggio?

Con la moto grande, una volta arrivato al mare, cominciano le solite preoccupazioni.

Dove la metto?

Qui magari qualcuno la urta.

Là rischiano di strisciarla.

In quel parcheggio non mi fido.

Con l’Himalayan tutto cambia.

Quella volta, attraverso un accesso consentito, riesco ad arrivare fino al margine della spiaggia.

Cerco un punto dove sistemarla, tiro fuori una piccola tavoletta da mettere sotto il cavalletto laterale, così non affonda nel terreno morbido, e la parcheggio proprio lì, vicino a me.

La guardo.

Sorrido.

Incredibile!

La moto è lì, a pochi passi, pronta per riportarmi a casa.

Niente ansie, niente complicazioni.

Ed è proprio in quel momento che capisco quanto questa motocicletta riesca a semplificarmi la vita.

Non è soltanto una moto che mi porta al mare.

È una moto che mi lascia godere il mare.

E non è affatto la stessa cosa.

Montagna, mulattiere, strade dimenticate

Naturalmente il mare è soltanto una delle sue possibili destinazioni.

L’Himalayan sembra nata per farti venire voglia di imboccare quella stradina che non conosci.

Quella che sale verso un paese di montagna, quella che diventa stretta, quella che a un certo punto perde l’asfalto e si trasforma in una strada bianca.

Anche sulle mulattiere affrontabili con una moto del genere, con le dovute attenzioni, sa regalare soddisfazioni.

Non è una specialistica da enduro, e non pretende di esserlo.

Ma la sua erogazione dolce, la posizione di guida, le sospensioni e quella ruota anteriore da 21 pollici ti mettono a tuo agio anche quando il terreno peggiora.

Non devi affrontare ogni ostacolo con aggressività.

Lo superi con calma.

Un po’ come farebbe un vecchio mulo di montagna, robusto, paziente, instancabile.

Forse è proprio questa la sua filosofia.

Non importa quanto sia difficile arrivare.

L’importante è continuare ad andare.

Una moto imperfetta. Eppure perfetta.

Potrei raccontarvi dei suoi limiti.

I cavalli sono pochi, inutile negarlo. Le prestazioni sono modeste. La tecnologia è essenziale. Il peso non è proprio quello di una piuma.

E potrei elencare tante altre cose che motociclette più moderne e costose fanno decisamente meglio.

Ma poi torno a guidarla.

E tutti quei numeri perdono importanza.

Perché mi accorgo che la Himalayan possiede una qualità sempre più rara: non ti mette mai sotto pressione.

Non ti chiede di correre, non ti obbliga a sfruttare prestazioni esagerate, non ti fa sentire inadeguato se decidi semplicemente di goderti il paesaggio.

È una compagna di viaggio sincera.

Una di quelle che non cercano di impressionarti, ma che finiscono per conquistarti giorno dopo giorno.

E forse il suo segreto è proprio questo.

Non eccelle in tutto, ma riesce a mettere insieme tante qualità nel modo giusto.

Comfort, semplicità, robustezza, economia di esercizio, facilità di guida e quella sorprendente capacità di farti sentire sempre a casa, qualunque strada tu stia percorrendo.

Quando scendo dalla mia Himalayan 411, molto spesso mi ritrovo a guardarla e a sorridere.

Perché mi ha fatto capire una cosa che, dopo tanti anni trascorsi sulle moto, considero sempre più importante.

La felicità di un motociclista non si misura in cavalli, cilindrata o velocità massima.

Si misura con la voglia di ripartire.

E con lei, quella voglia non finisce mai.

Royal Enfield Himalayan 411.

La moto che sorprende.

Perché, pur non essendo perfetta, per me lo è.


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